Mi chiedo sempre.

Mi chiedo sempre

se quando verrà la morte

potrò guardarla negli occhi,

scoprire che non sono gli stessi tuoi

ma vedere che sono gli stessi miei

per capire all’ultimo respiro

che non è la gloria di Dio

ma il trionfo d’ogni giorno

a cui abbiamo detto no.

S’arresta il cuore all’ultimo ricordo

e la falce ha ormai la forma

curva delle spalle

prostrate a tonnellate di rimpianti.

Ma dal freddo della terra

non c’è riparo per la carne

solo rimedio alla violenza

d’una vita fra i secondi.

La lentezza della quiete

l’infinito che non si conta.

 

 

 

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Un pensiero, niente più.

Apparecchiare la tavola

Di piatti nuovi e rancori vecchi

Che schizzano dai colli

Dello spumante se le agiti

E riempiono le bocche

Piene degli avanzi

Di vite ormai sfumate

come il vino nel ragù.

Questa è per me la festa

E vorrei restare a casa

Evitare il big bang della pasta un po’ salata

La Pangea d’averlo detto

La Pantalassa di un cin cin

In cui galleggia quel sorriso

Di plastica e finzione.

“Auguri a tutti,

S’è fatto molto tardi.

È quasi ora di tornare a casa”,

È ora di tornare a quello che non hai.

Pure Achille.

Lo sai che tutti parlano

urlano, imprecano, piangono,

ma è per pochi il sacro dono

di saper morire dentro,

vomitando le parole

su carta bianca insudiciata

di alghe, fango e di detriti

dell’acqua che ritorna.

Incidono il cammino

dell’estetica dei cinici

che da languori e prostrazioni

partoriscono coscienza.

Il compianto del destino

d’un soldato sotto terra,

dei seni gonfi d’una madre

senza figli da allattare,

di creature generate

da un incontro occasionale

di atomi e di nomi

che si illudono di vita

e vivono morendo.

Ricordano i primordi

e le cellule impazzite

nello spazio d’un vantaggio

che pure Achille non raggiunge.

 

 

 

AlbaChiara.

Tu sola dentro una stanza 

ti specchi nella luce

di un’alba sempre chiara

di un’anima un po’ più grigia.

E mentre ti lavi il volto

prende forma quel rimpianto

che ha i contorni dei tuoi occhi

in cui si legge quello che pensi. 

Ma se a loro dici no

allora bruciali quei libri

insieme a tutti i sogni

e alla carta da parati

di lezioni ripetute, di storie divorate.

I pensieri già sfiorati,

le gambe e gli occhi accarezzati,

infilali in quei cartoni

chiusi per fare spazio.

Ma fare spazio a cosa?

e vorresti far rumore

ché un respiro senza un soffio

non basta in questo mondo

di grida e confusione.

Ma non sei brava in queste cose

e ti si infiammano le guance

della rabbia e della voglia

di provare quell’orgoglio

dei libri sotto braccio

e di una mela da gustare.

Nel frattempo vi ringrazio

cara mamma, caro papà,

ed è strano leggervi vicini

io che vicini non v’ho visto mai,

eppure guardo il mondo

con un po’ dei vostri occhi.

E se da una canzone

avete scelto il mio ritratto

capitemi se vi dico

che quella è la mia libertà.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Confondersi.

Smetterò di cercarti

quando le conchiglie non saranno più eco dei mari,

il tuono non sarà più messaggero di fulmini

e le nuvole non vomiteranno più pioggia

sulle nostre naufraghe vele.

O semplicemente quando finirò d’amarti

che m’è impossibile

come che la natura si sconvolga

confondendo acqua, aria, terra e fuoco

con l’anima mia,

risorta quante volte è morta

e mai s’è sentita più viva

in quell’addio che s’è fatto carne

e col tuo nome m’ha marchiato il petto.

 

 

 

Vero solo in una rima.

Tu dormi ragazzino innocente

il tuo respiro quasi non si sente

la luna che ti bacia con il suo veleno

io che non riesco a fare a meno

di quella ferita che m’hai aperto in gola

gridandoti “io non voglio essere più sola”.

E se è vero quel che si dice sull’amore

che la mano lava via dall’altra quel sudore

mischiato al sangue caldo delle vene

assorbi pure nei tuoi occhi tutte le mie pene.

E i nostri sogni veri solo in una rima

e noi non siamo più quelli di prima,

ma non c’è modo di fare il nostro viaggio

se alle mie mani manca il tuo coraggio.

Tu dimmi pure che la vita non ha senso

in una stanza d’amore e fumo denso

ma ora non alzarti da quel letto

che ho una rima chiusa in un cassetto

per chiedere perdono al Padre Nostro

se tra il mio Credo e il vostro

ho scelto quello mio, vivendo di nascosto

perché i pazzi non hanno un posto.

 

Una rosa.

Sogno quella notte all’inizio dell’autunno,

I secondi o un cimitero erano ore in paradiso.

Nessuno ci vedeva oltre la tenda di respiri

-non si può spiare un sogno- questo mi dicevo.

S’aprivano le lampo più svelte d’ogni cuore

S’arrendevano i vestiti a un’invasione d’incoscenza.

Un gemito, un sospiro, una tempesta d’ogni senso

Il corpo pieno d’una lama che tagliava pure i nervi.

Si schiudevano le carni un po’ come dei gusci

Aprendo un posto in fondo che vuole solo la sua chiave.

I graffi, le lacrime sull’anima svestita,

La sigaretta spenta, un petto per cuscino.

Poi i versi in cui rivive quella rosa ormai recisa.