Specchi.

Forse non fu il solitario silenzio

Che spesso vibra di suoni fecondi

Ma la tirannide d’orgoglio

Nella mescita di smisurato ego

A seminare i fiori secchi

D’un ricordo d’infanzia

E d’adulte confidenze.

Tra muri liquidi di specchi

Non capivi d’esser sola

Nel riflesso la parola genuflessa

Ai tuoi lucidi rossetti.

Malcelata vanità

Tradisce convinzioni

Getta asfalto sopra il campo

Dove cadono i narcisi.

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La caduta.

Sospesa sulla punta d’una stella

Penzolo sopra al mondo,

Fili ghiacciati di paure

Tesso ragnatele di rimorsi.

Vigneti di capelli, rossi come il vino

Ebbrezza da gustare

Sterpo da recidere

Domani, quando la mano sarà sazia

Di cogliere peccati.

Forza degli uomini

Poco più di un ciuffo

A picco sulla terra

Baciando la sua dalila.

 

Vorrei…

Vorrei la profondità del mare

I suoi fianchi sinuosi offerti al cielo

Quando ad esso s’unisce su lenzuola d’orizzonte.

Onda vorrei impattare allo scoglio

E curar la ferita col mio stesso sale

Per tornare a scorrere sulle paure della gente

Gettate agli abissi, messaggi in bottiglia.

Vorrei la trasparenza del mare e i suoi colori

Sfumature infinite d’umori di cielo,

Vorrei la sua discrezione,

Nel mostrar la faccia del bene e del male

Prima d’affidar baci e bombe al colpo di coda d’una sirena.

Essere acqua, questo vorrei,

Scivolare lontano dai pensieri miei.

 

 

 

Una poesia d’amore.

Ti amo

di un amore di neve

che dona al peccato

la purezza del bianco.

Ti amo

di un amore di pioggia

che vince il deserto

delle mie labbra.

Ti amo

di un amore violento

che fa graffi sul cuore

e paziente li ripara.

Ti amo

di un amore costante

che rinasce ogni giorno

nei raggi del sole.

Ti amo

di un amore senz’arco né frecce

che si infila nel petto

necessario come il respiro.

Alla salute!

La vita esiste come pausa dal nulla,
Tragicomico intermezzo
Dalla quiete d’un sacro sonno.
Pena da scontare per i baci d’un angelo,
Pegno da pagare perché un gabbiano testimoni il tramonto.
Cuore che si fa presenza,
Lontano dalla mente
Sua corazza, sua nemica,
Corpo che si fa bisogno
E al peccato s’assoggetta.
Cammino che si fa strada sulla sabbia
Pregando che l’acqua non lavi la memoria
D’occhi color di mondo
Impressi nelle benedette discendenze
Di speranze e nuove lacrime.
Sedimenti di memoria
Svaniti nella spuma d’un brindisi di Lete.

Di notte

La notte non è sonno né tregua

se il lenzuolo pesa sopra il corpo

nudo d’amore primitivo

e disegna i contorni generosi,

sudario sulla pelle, pietra d’ogni sogno.

Ingravidano i pensieri le tue spalle fiaccate

Dal peso d’un macigno che ormai abita i tuoi occhi

E freddano la mano in cerca d’una bocca.

Marmo il tuo cuscino, un tempo caldo di respiri

Mentre fumi il ricordo di lotte appassionate,

Di sorrisi benedetti dal candore della luna.

Cenere nevica di sorrisi e memorie

Volteggi di fumo nell’aria leggera.

Rientri

E’ il tramonto

che pennella di sangue

gli zaffiri azzurri.

Rincasa l’operaio,

l’imprenditore e l’impiegato,

nei colori scorgono

le formule dei sogni.

Fa festa il cane,

il bimbo piange,

la moglie, un tempo bella,

appassisce fra i fornelli.

Nella stanza si spande

acredine quotidiana

ma l’uomo sorride

e si sente benedetto.

Va ordinata la macchina

su strade d’ascisse

in funzione monotona.