Possibile.

Passa pure ogni notte

a cercare la stella buona,

quella che splendeva

nel buio in cui sei nata.

Ripensando a quelle lacrime

versane pure altre mille

e se gridare non t’è concesso

soffoca l’anima nel cuscino.

Se un taglio a quel cordone

volle dire libertà,

ricorda pure che da grande

ogni passo che farai

non vale meno d’una catena

d’amori e di carezze

che vestono il tuo corpo.

Pensa pure a quante volte

le ginocchia han sanguinato

prima d’imparare a correre lontano.

E adesso piangi pure

ogni volta che cadrai

ma rialzati pensando

che sa vivere soltanto

chi bacia con piacere

l’errore e la vergogna

e s’aggrappa con sudore

a quel soffio d’equilibrio

che è la possibilità.

 

 

 

 

 

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Un campo.

Credo d’averti amato

al di là del bene e del male,

in un campo di gigli

bianchi e senza tempo.

Da una carezza un filo d’erba

avvinghiato alle tue dita,

edera rampicante

sui graticci della pelle.

Il cuore ignorava

quel frastuono di parole

che germoglia incomprensione

e semina fiori urlanti,

ma sapeva quel silenzio

che è la musica del mare,

il canto della terra

levato a coppe e ventri

per amarsi e generare

e non lasciarla all’abbandono.

Sogno d’amore

questo svolgersi di trame

nella realtà che piove muri

issati a protezione

di anime e fortini

che cedono alla voglia

quotidiana e silenziosa

di fare e di disfare

ciò che dalla mano

fa piangere sudore,

lavato poi col sangue

dell’opera compiuta.

Una casa, uno stipendio

le rate da pagare,

che donano l’amore

a chi di forza e resilienza

adorna i giorni suoi

e seccano le fonti

a chi s’abbevera da solo.

 

Fotografia.

Sorridevi in quella foto

sprigionando primavera,

il tuo corpo in quell’istante

un’armonia di rose.

Avrei sfidato quelle spine

per annaffiare il tuo bocciolo

e coltivare la bellezza

d’un amore appena nato.

I cristalli in soggezione

non rendevano i tuoi occhi

profondi come abissi

dove cantano le sirene.

Ah, se l’inverno ti vedesse

di neve e pioggia ti abbraccerebbe

tu che soffi venti gelidi

di bellezza maledetti.

Ma se un giorno inventeranno

la fotocamera dell’anima

saranno salve le stagioni

del mio cuore impantanato,

dalla sorgente verrà l’acqua

che terge corpi e fiumi

insudiciati dai detriti

di fango e d’apparenze.

 

 

 

Vana gloria.

Mi viene voglia di pregare

l’uomo che porta la sua croce,

lo stipendio da pagare

per una casa e il suo giardino.

Non capisco come credere

che la parola sia un germoglio

da cui nasce poi l’azione

e la catena del favore

che si spezza come vite

fra le macerie dopo il crollo.

Mi chiedo spesso come l’uomo

accetti di buon grado

d’esporsi, indifesa preda,

alla pancia del predatore.

E se è vero che questo siamo,

animali in tacco a spillo

e scimmie incravattate,

è inutile strappare

i peli dalla carne,

piallare quella pelle

che sarà ruvida quando un giorno

lasceremo ai nostri figli

l’eredità di un mondo

mancante di natura.

Aggiungeremo un altro anello

di compromessi e debolezze

altre albe, altri tramonti

di glorie senza affanno.

 

 

 

 

 

 

Coi vostri occhi.

Ditemi voi cosa accadrà

quando l’impetuoso Lete

porterà con sé i sedimenti

d’anima e gesti cantati alle pietre.

Ditemi voi a chi passerà lo scettro

del tempo che disossa la memoria

e lascia putrida la carne

in pasto alle cornacchie,

che coprono di sale abietto

il gusto del passato.

Non sarà coi vostri occhi

che la vita seminata

guarderà il sangue già versato

dai tori e dagli agnelli

sgozzati sugli altari.

Giorni arsi dalle fiamme,

la catarsi dei dannati,

che han sepolto la memoria

sotto pietre di menzogne.

 

 

Obbedire a sé stessi.

Ribellati alla notte che cancella il tuo profilo,

vivi solo il giorno che sorge sui tuoi sogni.

Trema, foglia verde, sui rami d’ogni giorno,

difendi i tuoi pensieri dal vento che confonde.

Urla forte quella vita che pulsa nella pancia

a chi sente d’esser stanco e quindi anche un po’ a te stessa.

Canta la tua canzone, agita i tuoi fianchi,

e sospetta che ti parli della fine che non vedi.

Risali la corrente della schiena di chi ami

e non nascondere la pioggia se scende dai tuoi occhi.

Ignora le prime pietre che scaglieranno alle tue spalle

e impara con dolore quant’è dura la verità.

Non essere l’impronta lasciata sulla sabbia

ma l’acqua che fa spazio a nuove strade da tracciare.

Poi dormi se ne hai il tempo e assapora l’infinito

a cui la vita t’ha sottratto per insegnarti a respirare.

Ecco come.

Eppure ogni notte va così,

io che provo a chiudere gli occhi

e togliermi dai gesti quella fretta

da robot programmato per un fine.

Provo a cedere alla voce dei tuoi soffi

eppure poi non dormo

e fisso quella luce che filtra dalla tenda,

pensando che la luna sussurri le parole.

Ed ecco quella frase che avrei dovuto dire

a te che squarci le vele del mio cuore

anche se dormi e nulla ti difende.

Ecco come avrei voluto dirti che ti amo

con la luna che mi accarezza gli occhi

e mi sussurra quella frase che di giorno si nasconde

da quelli come me che scrivono le emozioni

e vivono i fallimenti.

Ecco quel pensiero che alla luce si confonde

nel caos d’atomi vacanti e sempre stanchi

perché la parola è tempo e non guadagno.