Un viaggio.

Ti vedevo trascinare il giorno

come una valigia

verso un treno che è lontano.

Avevi il corpo di una rosa

esile e spinoso,

ma l’autunno non concede

tempo alla magrezza.

Poi ti ho visto che volavi

fra petali scarlatti

mentre ti inseguivo

a mani e bocca aperte.

Osservavo il tuo mutare

finché polvere hai interrotto

il cammino verso un viaggio

che ritorno non aveva.

Ti ho rivisto ed eri un solco

sul mio viso e nel ricordo

ed è allora che ho capito

che una storia non finisce

finché avrà da raccontare

al vento messaggero.

 

 

 

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Ogni giorno.

Come ogni giorno

di nuova luce e nuove strade

io nasco

e getto ombre

sopra il muro dei tuo mali.

Camminiamo

verso un’altra notte

quando io tramonto

e in te poi m’addormento.

I capelli sul tuo petto

sparpagliano ogni dubbio

e gli occhi viaggiano

verso le certezze

nascoste dentro ai sogni.

Nel buio uno sbadiglio,

io che mischio al tuo respiro

un battito, una ciglia,

il tempo e l’infinito.

 

Primavera.

Ed io sono dove la tua sostanza prende forma

e dal perfetto garbuglio di orgoglio e di innocenza

astrae le diffuse voluttà dell’animale,

vincendo l’ultimo, estremo, baluardo di raziocinio

e si concede alla lascivia di piogge della carne.

L’acqua più feconda scorre nel tuo letto

mentre la vita trabocca dall’argine di mani

confuse da quel gioco proibito e accattivante

di montagne che insidiano pianure inesplorate.

Ed io ti bevo e ti conservo, sorgente nel deserto,

tu che d’arsura e sabbia hai fatto primavera.

 

 

A te.

Mi piacerebbe tu fossi

l’ossimoro d’un sogno vero,

la metafora degli occhi blu mare,

la sinestesia d’un silenzio toccante,

così da sembrare poesia di te stesso

e io non dovrei più scriver parole.

Eppure mi piace quando ti sento

dentro le foglie del mio tabacco,

ti respiro mentre ti scrivo

e poi vieni fuori nel verso perfetto.

Quello che dice d’amore e di morte

e ne fa un solo grande malanno

che mette ogni cuore in stato di fermo

e lo consegna ai cancelli d’eterno.

 

Pelle.

Il domani si offre puro

come un foglio ancora intonso

e tu hai l’inchiostro per riempirlo

delle carezze che mi aspetto.

Ho tanti sfregi sulla pelle

che bruciano ancora se li sfiori,

ma toccare un altro corpo

può essere gioia e non dolore.

Come un fiore ancora chiuso

custodisco il mio passato

e mi protegge quello sguardo

che rivolgo alle mie spalle,

perché temo un altro squarcio

che apra un nuovo varco

sopra i graffi già sanati.

Forse dovrei guardare avanti,

cedere alle tue braccia

scordando tanto pianto,

ma ho paura e allora, scusa,

ridammi quell’inchiostro,

sarò io a riempire il foglio

delle cure e dell’amore

che rinnovano la pelle: le mie.

 

 

Migranti.

Andiamo al mare d’inverno

ad affogare i pensieri dalla tiepida terra

e poi ci sembra di tornare a casa leggeri

ed è più buona la zuppa calda,

è più piacevole il tepore delle lenzuola.

Poi c’è chi il mare lo combatte

ammassato sulla prua,

povericristi che succhiano le poppe,

ancora troppo giovani per nutrirsi del dolore.

Milioni di presepi mostrano le acque

di padri senza figli, di figli senza madri,

di uccelli in migrazione verso lidi sconosciuti.

Cercano il pane, povere bestie,

troppo sporche e macilente pure per mangiare,

vogliono il salario, miserabili teti,

ma persino ad Atene sarebbero stati ultimi.

Arrivano alle coste, poveri diavoli,

con le croci in spalla si offrono

al riso dello straniero,

che la domenica prega ai piedi d’ogni Cristo

e il lunedì si nutre di rabbia e d’egoismo.

Ed io non sopporto i colori e le avversioni

e la mia mente vaga fra i porti come Ulisse

e non vorrei avere casa né nazione

quando guardo il mare

e vedo all’orizzonte migliaia di persone

sparire fra le onde

e mi chiedo per quanto ancora

l’umanità sarà solo parola.