Una riflessione fine a sé stessa.

Il cielo grigio appare carico di una neve che non scenderà a purificarci, né a donarci speranze di imminente salvezza. E così gli animi sporchi resteranno tali, quelli puliti si sporcheranno, prima o poi. È l’allegro gioco della vita, la cui prima regola è questa: tanto più tenderai alla purezza, tanto più sarai costretto a discostartene.

Badate bene, per purezza non intendo tutte quelle fandonie che si dicevano sulla castità, sull’onorabilità, sul condurre una vita sana, modesta e ordinaria, ma il saper uscire da quello stato-limbo per cui tanto più ci sentiamo vivi, tanto più, in realtà, muoriamo dentro.

Discostandoci dalla purezza, la tela della nostra anima non si macchierà di morti ammazzati nei duelli d’onore o nelle battaglie combattute in nome della libertà (che, diciamocelo, sono quelle che più hanno portato e portano soprusi, devastazioni e oppressioni), ma di tutte le azioni che compiremo cercando il nostro posto nel mondo, per poi scoprire che quel posto o non esiste o l’abbiamo frainteso.

Io non sono mai stata, che so, in Australia e, se quello fosse il mio posto, quel luogo in cui la speranza cede il passo all’essere liberi di essere ciò che si è, beh, temo che non avrò modo di saperlo, almeno nel prossimo futuro.

Tuttavia c’è una considerazione che, a questo punto, mi sorge spontanea ed è questa: l’impossibilità di visitare ogni posto del mondo rende decisamente più verosimile che quel luogo non sia un luogo fisico, ma un luogo immaginario, che, romanticamente, definisco del cuore. Ed è qui che immagino di dover porre il primo paletto del mio ragionamento fine a sé stesso.

Qualcuno l’avrà detto, ma è bene ripeterselo: la vita è una lunga corsa verso la morte e nessuno saprà mai, innanzitutto, se c’è un’altra vita, né se basterà a riscattarci dallo stato-limbo in cui abbiamo trascorso quella terrena, perciò corriamo ai ripari finché siamo quaggiù.

Trovo necessario, per ritrovare l’orgoglio di arrampicarsi su per lo stato-limbo e di uscirne fuori, porsi domande, anche quelle a cui non siamo temporaneamente in grado di rispondere e cercare di ricreare una connessione profonda con quel preciso istante (che è lo spartiacque fra il vivere e il vivere di rimpianti) in cui si è disvelato, con sincerità primitiva, il nostro modo di essere: lì saranno tutte o parte o buona parte delle risposte. Sarà come gettare uno sguardo sul frutto che è racchiuso nel seme, aprire un squarcio sulla più profonda e salvifica riunificazione di atto e potenza.

E, se è vero che il pensiero è l’atto in potenza, allora è vero anche che possediamo l’arma potente del pensare libero, che è di per sé l’atto di fede più onesto che dobbiamo a noi stessi.

8 pensieri su “Una riflessione fine a sé stessa.

  1. la vita spesso è così breve che non riusciamo neppure ad immaginare tutte le cose che avremmo potuto fare, l’unica cosa che possiamo fare è non sprecare nessun minuto della nostra vita e cercare di trovare sempre quelle cose che ci fanno piacere… 🙂

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