Migranti.

Andiamo al mare d’inverno

ad affogare i pensieri dalla tiepida terra

e poi ci sembra di tornare a casa leggeri

ed è più buona la zuppa calda,

è più piacevole il tepore delle lenzuola.

Poi c’è chi il mare lo combatte

ammassato sulla prua,

povericristi che succhiano le poppe,

ancora troppo giovani per nutrirsi del dolore.

Milioni di presepi mostrano le acque

di padri senza figli, di figli senza madri,

di uccelli in migrazione verso lidi sconosciuti.

Cercano il pane, povere bestie,

troppo sporche e macilente pure per mangiare,

vogliono il salario, miserabili teti,

ma persino ad Atene sarebbero stati ultimi.

Arrivano alle coste, poveri diavoli,

con le croci in spalla si offrono

al riso dello straniero,

che la domenica prega ai piedi d’ogni Cristo

e il lunedì si nutre di rabbia e d’egoismo.

Ed io non sopporto i colori e le avversioni

e la mia mente vaga fra i porti come Ulisse

e non vorrei avere casa né nazione

quando guardo il mare

e vedo all’orizzonte migliaia di persone

sparire fra le onde

e mi chiedo per quanto ancora

l’umanità sarà solo parola.

 

 

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Sull’umanità.

Una piccola riflessionel sul celebre discorso dell’Imperatore Claudio al Senato, tratto da Tacito “Annales” XI, 24:

I miei antenati, il più antico dei quali, Clauso, di origine Sabina, fu contemporaneamente accolto nella cittadinanza romana e nel numero dei patrizi, mi esortano ad adottare i criteri da loro seguiti nel governo dello Stato, trasferendo qui quando si può avere di meglio, dovunque si trovi. Non ignoro infatti che i Giulii furono fatti venire da Alba, i Coruncani da Camerio, i Porci da Tuscolo, e per lasciare da parte gli esempi antichi, furono chiamati a far parte del senato uomini provenienti dall’Etruria, dalla Lucania e da tutta l’Italia e, da ultimo, i confini dell’Italia stessa furono estesi sino alle Alpi, perché non solo i singoli individui, ma interi territori di popoli si congiungessero in un solo corpo sotto il nostro nome. All’interno si consolidò la pace e all’esterno si affermò la nostra potenza, quando si accolsero nella cittadinanza i Transpadani e l’insediamento delle nostre legioni in tutte le parti del mondo ci offrì l’occasione per incorporare nelle loro file i più forti dei provinciali e dare così nuovo vigore all’impero esausto. Ci rammarichiamo forse che siano passati tra noi i Balbi dalla Spagna e uomini non meno insigni dalla Gallia Narbonese? I loro discendenti vivono tuttora e dimostrano di non amare certo meno di noi la nostra patria. Per quale altra ragione decaddero Sparta e Atene, pur così potenti sul piano militare, se non per aver bandito da sé i vinti quali stranieri? Ma l’accortezza del nostro fondatore Romolo fu tale che molti popoli ricevettero da lui la cittadinanza nello stesso giorno in cui ne erano stati vinti come nemici. Su di noi hanno regnato re stranierie la concessione di magistrature a figli di liberti e non è una novità dei nostri giorni, come alcuni credono erroneamente, ma una pratica seguita dai nostri antichi (…), o senatori, tutto quello che oggi si crede antichissimo, un tempo fu nuovo: le magistrature prima riservate ai patrizi passarono ai plebei e dai plebei ai Latini e infine agli altri popoli d’Italia. Anche questo provvedimento diverrà un giorno antico e ciò che oggi noi sosteniamo con esempi precedenti sarà anch’esso annoverato tra i modelli.”

Giulio Cesare aveva conquistato la Gallia da quasi un secolo quando, nel 48 d.C, l’imperatore Claudio pronunciò queste parole di fronte al Senato, sostenendo la necessità di integrare i notabili gallici all’interno del tessuto sociale e amministrativo di Roma.

Quasi mi sembra di vedere le facce sbigottite dei senatori mentre pensavano che mai e poi mai dei “barbari” con le mani sporche del sangue di Roma avrebbero occupato un posto accanto a loro.

E quasi sento il rumore del crollo delle loro certezze quando Claudio sottolineava la discendenza di ognuno di essi da popoli che, anni addietro, avevano combattuto contro Roma, fin quando il sangue rappreso sulle toghe dei loro avi non si mescolò con quello romano, dando vita a un popolo e poi a un impero.

Un impero brutale, certo, che ci fa rabbrividire se pensiamo alla violenza di ogni conquista, ma non razzista, perché Roma, fin dagli albori, ha fondato la sua forza sull’integrazione.

A poco a poco, infatti, le varie popolazioni d’Italia e dell’area mediterranea divennero romane e i nemici complici della prosperità di una città in crescita costante, che mentre glorificava sé stessa creava una classe dirigente cosmopolita.

L’Urbe era in dialogo costante con l’orbe e, mai chiusa in stessa, trasformava l’intero mondo civilizzato in Roma e gettava le basi per un concetto di integrazione che trascendeva la logica del dominio insita nella necessità di accrescere l’impero.

Sappiamo tutti quanto Roma sia stata grande, ma vale la pena sottolineare che lo diventò anche grazie ad una logica di tipo inclusivo, che, nelle parole di Claudio, si manifesta con grande vigore.

Oggi siamo nel 2018 e questa lezione, che dovrebbe essere ormai una salda acquisizione, sembra aver lasciato il posto a una nuova chiusura verso l’altro.

Puntare il dito è diventato il nuovo modo di discolparsi e di evitare di rispondere di problemi che con “l’altro” hanno poco o nulla a che fare.

Vorrei che tutti riflettessimo su ciò che la Storia ci insegna, perché la complessità del mondo non è semplice per definizione, ma l’umanità, invece, dovrebbe esserlo.