Primavera.

Ed io sono dove la tua sostanza prende forma

e dal perfetto garbuglio di orgoglio e di innocenza

astrae le diffuse voluttà dell’animale,

vincendo l’ultimo, estremo, baluardo di raziocinio

e si concede alla lascivia di piogge della carne.

L’acqua più feconda scorre nel tuo letto

mentre la vita trabocca dall’argine di mani

confuse da quel gioco proibito e accattivante

di montagne che insidiano pianure inesplorate.

Ed io ti bevo e ti conservo, sorgente nel deserto,

tu che d’arsura e sabbia hai fatto primavera.

 

 

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A te.

Mi piacerebbe tu fossi

l’ossimoro d’un sogno vero,

la metafora degli occhi blu mare,

la sinestesia d’un silenzio toccante,

così da sembrare poesia di te stesso

e io non dovrei più scriver parole.

Eppure mi piace quando ti sento

dentro le foglie del mio tabacco,

ti respiro mentre ti scrivo

e poi vieni fuori nel verso perfetto.

Quello che dice d’amore e di morte

e ne fa un solo grande malanno

che mette ogni cuore in stato di fermo

e lo consegna ai cancelli d’eterno.

 

Pelle.

Il domani si offre puro

come un foglio ancora intonso

e tu hai l’inchiostro per riempirlo

delle carezze che mi aspetto.

Ho tanti sfregi sulla pelle

che bruciano ancora se li sfiori,

ma toccare un altro corpo

può essere gioia e non dolore.

Come un fiore ancora chiuso

custodisco il mio passato

e mi protegge quello sguardo

che rivolgo alle mie spalle,

perché temo un altro squarcio

che apra un nuovo varco

sopra i graffi già sanati.

Forse dovrei guardare avanti,

cedere alle tue braccia

scordando tanto pianto,

ma ho paura e allora, scusa,

ridammi quell’inchiostro,

sarò io a riempire il foglio

delle cure e dell’amore

che rinnovano la pelle: le mie.

 

 

Luce ed ombra.

Ho lasciato andare le mie mani

dritte lungo il tuo corpo,

volevo scoprire

l’amore e i suoi misteri.

Arrivare fino a dove

la materia si dissolve

per diventare parte

di un tutto ormai scomposto,

di un caos di particelle

che si muovono convulse,

s’attraggono e respingono,

eppure hanno il loro senso.

Compiere il processo

che, invisibile, riporta all’uno,

perché lo conoscessi a fondo

quando tu m’avresti detto

che tutto era finito.

Io allora t’avrei toccato,

scomposto, scisso, lacerato

e poi t’avrei ridato

gli spigoli del volto,

la bellezza delle gambe,

la gioia e la tristezza

degli ostacoli dell’anima.

Templare dei tuoi giorni

avrei difeso il tuo segreto,

quello che dall’ombra

alla luce ti consegna.

 

So che.

So che un giorno mi cercherai

nei negozi vuoti,

in un chiosco sulla spiaggia,

quando, d’improvviso, sentirai la vita sbatter forte

e vorresti che nelle tue tasche

ci fossero i miei occhi

ancora dentro ai tuoi.

Ma forse è troppo tardi

e non ci trovi che rimpianti

insieme alla voglia di ammazzare il tempo,

gli anni, gli orologi e le meridiane,

ciò che t’impedisce di tornare a quel momento.

C’era la neve, il tramonto era mondato

dagli errori e dalle sbavature

e la vita ti chiamava a sondare nuovi boschi

mentre il vento allontanava le parole

e indirizzava altrove quell’attesa inopportuna.

Inizi a cucire sul tuo petto ogni carezza

data in cambio del conforto,

ogni bacio in cambio del piacere,

ogni sogno in cambio del futuro.

Ti sembra stretto adesso il cuore

al ricordo d’un amore

che ti sembrava ormai un deserto

ed ora, invece, è un prato in fiore.