Pure Achille.

Lo sai che tutti parlano

urlano, imprecano, piangono,

ma è per pochi il sacro dono

di saper morire dentro,

vomitando le parole

su carta bianca insudiciata

di alghe, fango e di detriti

dell’acqua che ritorna.

Incidono il cammino

dell’estetica dei cinici

che da languori e prostrazioni

partoriscono coscienza.

Il compianto del destino

d’un soldato sotto terra,

dei seni gonfi d’una madre

senza figli da allattare,

di creature generate

da un incontro occasionale

di atomi e di nomi

che si illudono di vita

e vivono morendo.

Ricordano i primordi

e le cellule impazzite

nello spazio d’un vantaggio

che pure Achille non raggiunge.

 

 

 

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Ecco come.

Eppure ogni notte va così,

io che provo a chiudere gli occhi

e togliermi dai gesti quella fretta

da robot programmato per un fine.

Provo a cedere alla voce dei tuoi soffi

eppure poi non dormo

e fisso quella luce che filtra dalla tenda,

pensando che la luna sussurri le parole.

Ed ecco quella frase che avrei dovuto dire

a te che squarci le vele del mio cuore

anche se dormi e nulla ti difende.

Ecco come avrei voluto dirti che ti amo

con la luna che mi accarezza gli occhi

e mi sussurra quella frase che di giorno si nasconde

da quelli come me che scrivono le emozioni

e vivono i fallimenti.

Ecco quel pensiero che alla luce si confonde

nel caos d’atomi vacanti e sempre stanchi

perché la parola è tempo e non guadagno.