Pure Achille.

Lo sai che tutti parlano

urlano, imprecano, piangono,

ma è per pochi il sacro dono

di saper morire dentro,

vomitando le parole

su carta bianca insudiciata

di alghe, fango e di detriti

dell’acqua che ritorna.

Incidono il cammino

dell’estetica dei cinici

che da languori e prostrazioni

partoriscono coscienza.

Il compianto del destino

d’un soldato sotto terra,

dei seni gonfi d’una madre

senza figli da allattare,

di creature generate

da un incontro occasionale

di atomi e di nomi

che si illudono di vita

e vivono morendo.

Ricordano i primordi

e le cellule impazzite

nello spazio d’un vantaggio

che pure Achille non raggiunge.

 

 

 

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