Migranti.

Andiamo al mare d’inverno

ad affogare i pensieri dalla tiepida terra

e poi ci sembra di tornare a casa leggeri

ed è più buona la zuppa calda,

è più piacevole il tepore delle lenzuola.

Poi c’è chi il mare lo combatte

ammassato sulla prua,

povericristi che succhiano le poppe,

ancora troppo giovani per nutrirsi del dolore.

Milioni di presepi mostrano le acque

di padri senza figli, di figli senza madri,

di uccelli in migrazione verso lidi sconosciuti.

Cercano il pane, povere bestie,

troppo sporche e macilente pure per mangiare,

vogliono il salario, miserabili teti,

ma persino ad Atene sarebbero stati ultimi.

Arrivano alle coste, poveri diavoli,

con le croci in spalla si offrono

al riso dello straniero,

che la domenica prega ai piedi d’ogni Cristo

e il lunedì si nutre di rabbia e d’egoismo.

Ed io non sopporto i colori e le avversioni

e la mia mente vaga fra i porti come Ulisse

e non vorrei avere casa né nazione

quando guardo il mare

e vedo all’orizzonte migliaia di persone

sparire fra le onde

e mi chiedo per quanto ancora

l’umanità sarà solo parola.

 

 

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