Confondersi.

Smetterò di cercarti

quando le conchiglie non saranno più eco dei mari,

il tuono non sarà più messaggero di fulmini

e le nuvole non vomiteranno più pioggia

sulle nostre naufraghe vele.

O semplicemente quando finirò d’amarti

che m’è impossibile

come che la natura si sconvolga

confondendo acqua, aria, terra e fuoco

con l’anima mia,

risorta quante volte è morta

e mai s’è sentita più viva

in quell’addio che s’è fatto carne

e col tuo nome m’ha marchiato il petto.

 

 

 

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Una rosa.

Sogno quella notte all’inizio dell’autunno,

I secondi o un cimitero erano ore in paradiso.

Nessuno ci vedeva oltre la tenda di respiri

-non si può spiare un sogno- questo mi dicevo.

S’aprivano le lampo più svelte d’ogni cuore

S’arrendevano i vestiti a un’invasione d’incoscenza.

Un gemito, un sospiro, una tempesta d’ogni senso

Il corpo pieno d’una lama che tagliava pure i nervi.

Si schiudevano le carni un po’ come dei gusci

Aprendo un posto in fondo che vuole solo la sua chiave.

I graffi, le lacrime sull’anima svestita,

La sigaretta spenta, un petto per cuscino.

Poi i versi in cui rivive quella rosa ormai recisa.

Un campo.

Credo d’averti amato

al di là del bene e del male,

in un campo di gigli

bianchi e senza tempo.

Da una carezza un filo d’erba

avvinghiato alle tue dita,

edera rampicante

sui graticci della pelle.

Il cuore ignorava

quel frastuono di parole

che germoglia incomprensione

e semina fiori urlanti,

ma sapeva quel silenzio

che è la musica del mare,

il canto della terra

levato a coppe e ventri

per amarsi e generare

e non lasciarla all’abbandono.

Sogno d’amore

questo svolgersi di trame

nella realtà che piove muri

issati a protezione

di anime e fortini

che cedono alla voglia

quotidiana e silenziosa

di fare e di disfare

ciò che dalla mano

fa piangere sudore,

lavato poi col sangue

dell’opera compiuta.

Una casa, uno stipendio

le rate da pagare,

che donano l’amore

a chi di forza e resilienza

adorna i giorni suoi

e seccano le fonti

a chi s’abbevera da solo.

 

Ecco come.

Eppure ogni notte va così,

io che provo a chiudere gli occhi

e togliermi dai gesti quella fretta

da robot programmato per un fine.

Provo a cedere alla voce dei tuoi soffi

eppure poi non dormo

e fisso quella luce che filtra dalla tenda,

pensando che la luna sussurri le parole.

Ed ecco quella frase che avrei dovuto dire

a te che squarci le vele del mio cuore

anche se dormi e nulla ti difende.

Ecco come avrei voluto dirti che ti amo

con la luna che mi accarezza gli occhi

e mi sussurra quella frase che di giorno si nasconde

da quelli come me che scrivono le emozioni

e vivono i fallimenti.

Ecco quel pensiero che alla luce si confonde

nel caos d’atomi vacanti e sempre stanchi

perché la parola è tempo e non guadagno.

 

 

 

Sogno una pioggia

Immagina la pioggia

baciare dal cielo la sua terra,

tempesta d’amore maledetto

come i fiumi di pianto versati

su seni turgidi e sempre caldi.

Esonda l’acqua santa

sui graffi della carne

lavando via il destino

e il peccato che ti trucca il volto.

Come vino che stordisce

sorseggio forte le tue labbra

e il tuo velluto mi ricopre

dalla pelle fino alle ossa.

Ma è nel sogno che sei qui

e la luce mi ricorda

che ti vorrei anche se fossi

filo spinato stretto in gola,

le dita bianche della lama

che il cuore mi sconquassa.

Tentativo d’amore in rima.

Avevo poco più che te una volta

e la paura era sepolta,

per il difficile domani

mi bastavano occhi e mani

da intrecciare alla mia vita

come una tela fra le dita.

Ma dal sogno sono sveglia

e al freddo guardo quella faglia

aperta in mezzo al cuore

che scandisce con fragore

l’attimo prima del futuro.

Eppure eri sicuro

ero il sale sul tuo male,

la ferita d’uno strale

di solitudine avvelenato.

Ma la pelle che ti ho rubato

l’hai richiesta in modo incerto

e una musica non è un concerto

se manca il senso dell’insieme

di luci e palco e cuor che freme.

 

 

 

 

Tu prova.

Tu prova a dire una parola o forse due

e io sarò assolta da ogni mortifero silenzio,

da ogni bisogno disperato d’essere compresa

da chi non ha il cuore pronto ad accogliere

il mostro d’una carnevalesca fragilità

vestita di voci grosse e coltelli di parole.

Tu prova a dire una frase soltanto o forse due

e io sarò liberata dall’inerzia d’un piano inclinato

lungo il quale, inarrestabile, scivolo al fondo,

come le dita sul pendio d’una schiena solitaria

che chiede d’essere stretta da amorevoli silenzi

che hanno il sapore della dissoluzione degli opposti.

Tu prova a darmi una mano o forse due

perché, amore mio, parlino con quelle mie

e nel loro sospirato amplesso tu possa ascoltare

quello che l’amore non riesce a dire.